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Disbiosi: quando l’equilibrio del microbiota si rompe

Disbiosi: quando l’equilibrio del microbiota si rompe

Autore

Matteo Cerboneschi PhD – CEO di Personalife

Il ruolo del microbiota nella fisiologia umana e nella pratica clinica

Negli ambulatori e nei percorsi di presa in carico integrata incontriamo spesso sintomi persistenti o recidivanti – gastrointestinali, cutanei, urogenitali o orali – che non trovano una spiegazione univoca o che rispondono solo parzialmente ai trattamenti standard. In questi casi, l’ipotesi di un’alterazione dell’ecosistema microbico può rappresentare una chiave di lettura utile: non come “diagnosi a sé”, ma come fattore associato e potenzialmente modulante di processi metabolici, immunitari e neuroendocrini.

In questo articolo chiarisco cosa intendiamo per disbiosi in termini composizionali e funzionali, quali sono i principali fattori che la favoriscono, come può manifestarsi nei diversi distretti corporei e in che modo i test di microbiota basati su sequenziamento (NGS) possono essere integrati in modo sensato nel ragionamento clinico, evitando interpretazioni riduttive o “a lista della spesa”.

Il microbiota umano: un regolatore dinamico dell’omeostasi

Con il termine microbiota si intende l’insieme dei microrganismi – batteri, virus, funghi e archea – che colonizzano stabilmente diversi distretti corporei (intestino, cute, cavità orale, apparato genitourinario). In condizioni fisiologiche, questo ecosistema complesso contribuisce al mantenimento dell’omeostasi metabolica, immunitaria e neuroendocrina attraverso molteplici meccanismi: competizione con patogeni, produzione di metaboliti, modulazione della barriera epiteliale e interazione con il sistema immunitario.

È importante ricordare che l’equilibrio del microbiota non è statico: è dinamico e adattivo, influenzato da alimentazione, stile di vita, fattori ambientali, farmaci e – in parte – assetto genetico dell’ospite. Quando questa regolazione si altera in modo persistente, si può osservare una condizione definita disbiosi.

Che cos’è la disbiosi

La disbiosi è una condizione caratterizzata da un’alterazione qualitativa e/o quantitativa della composizione del microbiota rispetto allo stato di eubiosi.
Può manifestarsi come:

  • riduzione della biodiversità microbica;
  • perdita di specie simbionti con funzione protettiva;
  • proliferazione di microrganismi opportunisti o pro-infiammatori;
  • squilibri funzionali, con cambiamenti nella produzione di metaboliti e nella modulazione della risposta dell’ospite.

Dal punto di vista biologico e funzionale, la disbiosi può associarsi a:

  • ridotta produzione di metaboliti considerati benefici (ad es. acidi grassi a corta catena – SCFA);
  • alterazioni dell’integrità della barriera epiteliale;
  • modulazione della risposta immunitaria in senso pro-infiammatorio in sottogruppi di pazienti e in contesti specifici.

Per questo motivo la disbiosi non viene generalmente considerata una patologia autonoma, ma uno stato funzionale alterato che può aumentare la suscettibilità o influenzare l’andamento di disturbi gastrointestinali, metabolici, cutanei e neuropsicologici, con evidenze più robuste in alcuni ambiti e più preliminari in altri.

Disbiosi e dismicrobismo: aspetti terminologici e implicazioni funzionali
Disbiosi e dismicrobismo: aspetti terminologici e implicazioni funzionali

Disbiosi e dismicrobismo: aspetti terminologici e implicazioni funzionali

In ambito scientifico il termine dismicrobismo viene talvolta utilizzato come sinonimo di disbiosi.

Più che la distinzione lessicale, è utile concentrarsi sulle conseguenze biologiche dello squilibrio, che possono includere:

 

  • aumento della permeabilità intestinale (in specifici contesti clinici);
  • disregolazione dei meccanismi immunitari;
  • alterazione del metabolismo dell’ospite e della produzione di metaboliti microbici.

Questi processi contribuiscono a spiegare perché il microbiota sia oggi considerato un possibile modulatore della salute sistemica.

Le principali cause della disbiosi

La disbiosi è spesso il risultato di un’interazione complessa tra fattori ambientali, comportamentali e fisiologici. Per rendere l’inquadramento più utile in pratica clinica, possiamo raggruppare i fattori più frequenti in tre aree principali.

 

1) Dieta e stile di vita

  • alimentazione povera di fibre fermentabili e ricca di zuccheri semplici, grassi raffinati e alimenti ultra-processati;
  • irregolarità del sonno, sedentarietà, consumo eccessivo di alcol;
  • stress cronico e disregolazione dell’asse intestino–cervello.

2) Farmaci e fattori iatrogeni

  • uso ripetuto o prolungato di antibiotici;
  • impiego frequente di FANS, corticosteroidi;
  • uso prolungato di inibitori di pompa protonica (IPP) e farmaci antiacidi, soprattutto in presenza di ipocloridria.

3) Eventi biologici e contesto clinico

  • infezioni gastrointestinali acute o croniche;
  • stati infiammatori persistenti;
  • squilibri ormonali e disfunzioni metaboliche;
  • invecchiamento e cambiamenti dello stile di vita.

Questi fattori possono agire sulla diversità, su taxa chiave e sulla produzione di metaboliti (come gli SCFA), con possibili effetti su barriera epiteliale e immunità. La natura multifattoriale della disbiosi rende ragionevole un approccio personalizzato, guidato da obiettivi clinici chiari e, quando opportuno, da dati oggettivi.

Le diverse forme di disbiosi nei principali distretti corporei

La disbiosi può manifestarsi in differenti distretti, ciascuno con conseguenze cliniche e biologiche specifiche.

 

Disbiosi intestinale

 

È la forma più studiata e clinicamente rilevante. Può associarsi a sintomi gastrointestinali aspecifici, tra cui:

  • gonfiore e meteorismo;
  • dolore addominale;
  • diarrea, stipsi o alternanza;
  • quadro compatibile con sindrome dell’intestino irritabile.

In alcuni pazienti può coesistere con manifestazioni sistemiche (ad esempio infiammazione cronica di basso grado o disfunzioni immunitarie), ma l’interpretazione deve essere sempre contestualizzata. Proprio perché i sintomi sono spesso aspecifici, la valutazione può beneficiare di strumenti oggettivi — inclusa, in casi selezionati, l’analisi del microbiota — integrati con anamnesi, esame obiettivo e ragionamento differenziale.

Disbiosi gastrica

 

Riguarda l’alterazione del microbiota dello stomaco ed è frequentemente associata a:

  • ipocloridria;
  • infezione da Helicobacter pylori;
  • uso prolungato di antiacidi o IPP.

Questo squilibrio può interferire con la digestione delle proteine e con l’assorbimento di micronutrienti essenziali, specialmente quando coesistono altri fattori predisponenti.

Disbiosi vaginale

 

È caratterizzata da:

  • riduzione di lattobacilli protettivi;
  • alterazione del pH vaginale;
  • maggiore suscettibilità a vaginosi batterica e infezioni recidivanti.

L’analisi del microbiota vaginale può supportare una valutazione mirata delle specie coinvolte e del grado di alterazione dell’ecosistema, sempre in integrazione con sintomi, anamnesi e valutazione ginecologica quando indicata.

Disbiosi orale

 

La disbiosi del cavo orale contribuisce allo sviluppo di:

  • carie;
  • gengiviti;
  • parodontite.

In letteratura sono riportate associazioni tra disbiosi orale e alcune condizioni sistemiche (tra cui cardiovascolari), ma la direzione causale e la rilevanza clinica possono variare per effetto di fattori confondenti. In ottica integrata, la salute orale resta comunque un tassello importante nel profilo infiammatorio complessivo del paziente.

 

Disbiosi cutanea

 

È l’alterazione dell’ecosistema microbico della pelle ed è coinvolta in quadri come:

  • acne;
  • dermatiti;
  • rosacea;
  • psoriasi.

Comprenderne il contesto (barriera cutanea, trigger ambientali, immunità locale, cosmetici/farmaci) è essenziale per strategie terapeutiche e dermocosmetiche personalizzate.

Quando sospettare disbiosi e quando ha senso un test

Per rendere il tema utile nella pratica, l’obiettivo non è “cercare disbiosi” in modo indiscriminato, ma capire quando l’ipotesi aggiunge valore clinico.

 

Indizi clinici che possono orientare

 

  • sintomi persistenti o recidivanti (GI, cutanei, urogenitali, orali);
  • pattern multifocale (es. intestino + cute; intestino + urogenitale);
  • risposta incompleta a interventi standard;
  • storia di antibiotici ripetuti, uso prolungato di IPP/FANS;
  • infezioni recenti o eventi stressanti prolungati. 

Prima di testare: chiarire obiettivo e contesto

 

  • timing rispetto a antibiotici/probiotici e variazioni dietetiche;
  • anamnesi alimentare e farmaci;
  • eventuali markers clinici/laboratoristici già disponibili;
  • per distretto: fattori locali (igiene orale, cosmetici, ciclo, contraccezione, ecc.). 

Quando il test può essere utile

 

  • per supportare una stratificazione e una presa in carico personalizzata;
  • per guidare in modo più razionale interventi su dieta e modulazione (pre/probiotici) in un percorso monitorabile;
  • per un follow-up in casi selezionati, con endpoint clinici definiti. 

Quando non è prioritario

 

  • sintomi acuti;
  • quando è necessaria prima una diagnosi differenziale “tradizionale” (ad esempio valutazioni per celiachia, IBD, infezioni attive, sanguinamento non spiegato, calo ponderale significativo, anemia non chiarita).

Test del microbiota: principi metodologici

I test del microbiota basati su NGS (Next Generation Sequencing) consentono l’analisi del DNA microbico presente in campioni biologici (ad esempio fecale, vaginale, orale o cutaneo).

In generale, il flusso comprende:

 

  • raccolta del campione biologico secondo istruzioni standardizzate;
  • estrazione e sequenziamento del DNA microbico;
  • analisi bioinformatica dei dati (taxa, indici di diversità, profili e marker);
  • produzione di un report interpretativo, da integrare con la valutazione clinica. 

Queste tecnologie offrono una fotografia dettagliata dell’ecosistema microbico al momento del prelievo, utile se interpretata con metodo e con obiettivi clinici chiari.

Limiti e interpretazione corretta dei test sul microbiota

Per mantenere rigore e utilità clinica, è essenziale considerare alcuni punti:

 

  • variabilità: dieta, farmaci, ciclo, viaggi e infezioni possono modificare il profilo microbico;
  • correlazione non significa causalità: molte associazioni sono robuste, ma non sempre clinicamente determinanti nel singolo caso;
  • standardizzazione: raccolta, timing e contesto terapeutico influenzano la leggibilità del dato;
  • integrazione: il report va letto insieme a sintomi, anamnesi, esame obiettivo e — quando disponibili — marker selezionati.

In altre parole: il test non sostituisce la clinica, ma può rafforzare un percorso di personalizzazione se usato con criterio.

Analisi del microbiota nei diversi distretti: i profili symbyo

Per l’analisi mirata del microbiota in base al distretto, Personalife ha sviluppato i profili symbyo, dedicati ai principali ecosistemi:

Questi strumenti permettono una valutazione mirata della tipologia e dell’entità dell’alterazione microbica nel distretto di interesse, con l’obiettivo di supportare un approccio di medicina di precisione quando clinicamente appropriato.

Strategie di intervento nella disbiosi intestinale: in 5 step

La gestione della disbiosi intestinale richiede un approccio integrato e personalizzato. In chiave operativa, può essere utile un framework in step, adattabile al contesto clinico e alle linee guida della professione.

 

  • Ridurre i fattori perturbanti (quando possibile e appropriato): revisione di abitudini alimentari e, se pertinente, valutazione del ruolo di fattori iatrogeni in accordo con il medico curante.
  • Intervento nutrizionale “food-first”: qualità della dieta, gradualità nell’introduzione di fibre fermentabili, gestione degli ultra-processati, regolarità dei pasti.
  • Modulazione mirata: utilizzo selettivo di prebiotici/probiotici (preferibilmente con logica strain-based), impostando trial con endpoint clinici e durata definita.
  • Supporto di barriera e contesto: adeguata quota proteica, micronutrienti, sonno, gestione dello stress e attività fisica, in base al profilo del paziente.
  • Monitoraggio e rivalutazione: sintomi, aderenza e outcome; eventuale follow-up strumentale solo se aggiunge valore alla decisione clinica.

L’analisi del microbiota, quando indicata, può aiutare a superare approcci empirici e a costruire interventi più tracciabili e personalizzati.

Qual è il valore clinico e scientifico del test del microbiota

Per studenti e professionisti della salute, il test del microbiota può rappresentare uno strumento avanzato per:

  • integrare la valutazione clinica con dati molecolari;
  • aumentare la personalizzazione degli interventi (dieta, modulazione, follow-up);
  • monitorare nel tempo l’evoluzione di un percorso terapeutico, se definito da endpoint chiari.

Il punto chiave resta l’integrazione: clinica + contesto + dato.
Quando questi tre livelli dialogano, il microbiota smette di essere un concetto astratto e diventa una componente utilizzabile – con cautela e metodo – nella pratica professionale.